Cosa significa testare l’abbigliamento da vela in mare: stress test in condizioni reali
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La scheda tecnica di un capo racconta solo metà della storia. Il mare introduce variabili che nessuna camera climatica riesce a replicare: vento che cambia direzione in pochi minuti, acqua salata che sollecita i materiali, movimenti ripetuti che mettono sotto stress ogni cucitura.
È in acqua, non in laboratorio, che un capo smette di essere una specifica tecnica e diventa uno strumento utile ai velisti, soprattutto nel caso di regate oceaniche e circuiti professionali internazionali.
I test di laboratorio misurano parametri precisi in condizioni controllate e restano indispensabili per la progettazione tecnica dei capi. Ma non replicano lo stress dinamico dell'uso reale, l'abrasione generata dal contatto con attrezzature e superfici, l’imprevedibilità delle condizioni meteo.
Insomma, per capire davvero come performa un capo tecnico da vela, bisogna andare sul campo.
Il tempo è un fattore cruciale: appena indossato un capo può performare bene, ma cosa succede dopo quattro ore in acqua?
Con l'utilizzo prolungato, i materiali si comportano in modo diverso: ad esempio, anche l’impermeabilità può diminuire e il comfort dato dalla vestibilità può venire a mancare. È in questa fase che si misurano davvero la qualità costruttiva e la scelta dei materiali. In altre parole, l’abbigliamento tecnico da vela viene messo alla prova quando il capo si trova in mare, in balia della sua imprevedibilità.
Nelle classi foil, quando la barca vola sull'acqua a oltre 40 nodi, il corpo entra a far parte del sistema aerodinamico tanto quanto lo scafo e le vele. In quel contesto, un capo tecnico non è solo un indumento protettivo: determina la performance degli atleti durante la regata.
Sviluppato con Ruggero Tita e Caterina Banti, due volte campioni olimpici (Tokyo 2021 e Parigi 2024) nella classe Nacra 17, il Foil Aeroset è composto dal Foil Aero Top e dal Foil Aero Bib e nasce con tre obiettivi precisi:
Il cuore tecnico è un tessuto progettato per lavorare sul flusso dell’aria attorno al corpo. In acqua, questo si traduce in un effetto concreto: meno resistenza, più stabilità all’alta velocità e un capo che non si muove in modo incontrollato durante le manovre. La costruzione multi-materiale, con una percentuale elevata di elastomero, permette al capo di restare aderente senza limitare i movimenti. È questo equilibrio, tra stabilità e libertà, che viene testato realmente nel foiling.
Lo sviluppo della muta in neoprene da 1,5 mm – composta da Foil Top e Long John – racconta bene cosa significa, concretamente, testare un capo tecnico. Il processo è iniziato con un confronto diretto tra l'ufficio stile SLAM e l'equipaggio formato da Ruggero Tita e Caterina Banti: da una parte tessuti, schemi e know-how tecnico, dall'altra esperienza di regata, sensazioni e necessità precise. La richiesta degli atleti era chiara: una muta che ci si dimentica di indossare, protettiva ma non rigida.
Il primo prototipo – con neoprene ad alta compressione, cuciture ergonomiche, rinforzi strategici – sembrava promettente. In acqua, però, ha mostrato subito i suoi limiti e il feedback degli atleti è stato negativo: all’inizio troppo rigido per le manovre, poi troppo largo per comprimere il corpo anche da bagnato. Il punto di svolta è arrivato con un neoprene elasticizzato a compressione mirata e un miglioramento complessivo della forma del capo.
Nella fase finale del processo, i prototipi sono stati consegnati ai due campioni olimpici per partecipare al Mondiale Nacra 17, banco di prova definitivo prima delle Olimpiadi di Parigi 2024. Quella settimana, Tita e Banti hanno vinto il loro quarto Mondiale, il terzo consecutivo, indossando la muta che avevano contribuito a progettare, prova dopo prova. Un passaggio chiave che ha permesso di arrivare all’appuntamento olimpico con un prodotto già validato in condizioni reali e ha dato agli atleti la sicurezza necessaria per concentrarsi esclusivamente su strategia e performance.
La collaborazione con Tita e Banti era già operativa prima ancora del lancio della collezione SS25. Nel 2024, i campioni hanno testato il Top Wetsuit e il Long John Wetsuit in sessioni di allenamento e durante la Princesa Sofia Trophy a Palma di Maiorca, dove hanno vinto l'oro. Dopo la regata, hanno fornito feedback diretti su come i capi si erano effettivamente comportati in acqua. Osservazioni preziose per lo sviluppo delle versioni successive dei prodotti.
Il banco di prova decisivo, però, è stato il Mondiale Nacra 17 a La Grande Motte. Tita e Banti indossavano i prototipi delle nuove mute SLAM, con neoprene da 1,5 mm stretch, cuciture piatte, rinforzi nelle zone più sollecitate. Le condizioni erano difficili, con vento variabile e un campo di gara che non lasciava margine ad errori. Hanno vinto con un distacco significativo, a conferma che ogni feedback raccolto in allenamento e ogni modifica fatta in laboratorio avevano trovato riscontro in acqua.
Quella solidità è diventata un vantaggio concreto anche nel passaggio successivo: arrivare alle Olimpiadi con un equipaggiamento già testato al massimo livello. Un elemento che ha contribuito a creare le condizioni per esprimersi al meglio e conquistare la medaglia d’oro.
Qui si chiude il cerchio: il concetto di performance ha a che fare con la capacità di un capo di mantenersi efficace nel tempo. Un prodotto tecnico performante non cede quando le condizioni peggiorano, ma mantiene le caratteristiche per cui è stato progettato.
Questo tipo di qualità si costruisce solo attraverso l'iterazione continua: test in acqua, feedback reali, modifiche, nuovi test. Non è una fase del processo di sviluppo: coincide il processo stesso.